Coi piedi nell'acqua

Don't try to live so wise, 'cause you're gonna hate yourself, in the end.
lunedì, 08 settembre 2008

Il Pastore di Nuvole

Tenevo il biglietto stretto tra le mani, seduto sulla ringhiera di ferro che correva lungo la strada che costeggiava il mare. Il vento alzava la sabbia dalla spiaggia, me la portava alle labbra e nei capelli. La sentivo grattare tra la pelle e la maglietta.
Leggevo e rileggevo i numeri del mio futuro: l''orario della partenza, il numero di carrozza, quello del posto. Quando alzai gli occhi il cielo era cambiato, alcune nuvole bianche passeggiavano di fronte al sole, alte come torri, piene di sbuffi e rotondità. Un vento leggero le esortava a proseguire.
Guardai in basso, e sulla spiaggia, vicino al mare, vidi il vecchio.

Ricordava nel sorriso e nei modi lenti il pescatore di De André. Gli occhi si fissavano lungamente nel vuoto, o su piccoli particolari, quasi potessero cogliere quei movimenti che a tutti sfuggono, come la crescita dei bambini, dei fiori, l'imbrunire o il frullar d'ali. Le rughe della fronte trattenevano ricordi che altrimenti si sarebbero dissipati nei giorni. Il viso aveva qualcosa di fanciullesco e di antico, come certi dei del passato, come gli spiriti delle foreste; come il Buddha del Siddharta racchiudeva in sé forme e contenuti. La sua vista mi richiamava alla mente memorie che si andavano a cesellare tra le ombre del suo volto, e completavano l'immagine di quello che per me era un vecchio, ma che sapevo bene potesse essere un bambino, una donna, un pesce o magari un albero. Aveva capelli tessuti dai ragni, sottili e bianchi e brillanti. Erano fianchi di montagne, erano stati sfilati dalla cima spumosa delle onde.
Quel che mi colpì più di tutto fu il modo in cui teneva quel vecchio bastone. Lo stringeva con una mano che sembrava di cuoio, vecchia e temprata, ma non ossuta. La presa poi era come quella di una madre sul suo piccolo: gentile, accennata, eppure niente avrebbe potuto forzarla.
E sorrideva, ogni tanto, non rideva di me, non rideva di quel che facevo, sorrideva piuttosto come se i miei gesti sollevassero in lui antichi ricordi. Sorrideva tra sé. E ascoltava.

La prima volta che lo vidi fu il giorno del temporale, il giorno in cui l’albero cadde sul casotto del giardino. Era il tramonto e le nuvole vorticavano in cielo cambiando continuamente di forma. Il vento girava e tornava sfiorando le case e percuotendo i tetti. Conteneva le nuvole in un grande cerchio sopra la campagna.
Da dietro il doppio vetro della stanza di sopra guardavo l’erba ondeggiare come fosse l’oceano, i fiori perdere i petali, e fogli, vestiti, attrezzi, volare liberi dalla loro definizione. Sapevo, speravo, che tutti fossero al sicuro nelle loro case. La bambina che mi piaceva, nella casa di fronte, speravo fosse nel suo letto o a rilassarsi in un bagnetto caldo.
Desideravo veder volteggiare una macchina, come nei film, ma non lo dicevo ad alta voce perché mi avrebbero rimproverato.
Poi vidi il vecchio, che guardava me. Era in mezzo al prato, si teneva un cappello sulla testa con la mano. La tesa volteggiava, ma lui restava con quegli occhi dolci e sottili su di me. Seppi in quel momento che tutto andava bene.
Lui mi salutò con la mano, la alzò senza agitarla, la riabbassò subito.
Lo vidi camminare lungo il prato infilzando la punta del bastone a terra ogni volta. Fece un gesto ampio, come a scacciare un insetto lento e pesante e il vento si calmò un po’.
Io sorrisi e schiacciai la fronte e il naso contro il vetro, sentivo ribollire la gioia in fondo al cuore, l’entusiasmo saliva lungo il petto e mi faceva stringere forte i denti e i piccoli pugni.
Guardai nella tempesta e invidiai ogni foglia. Ognuno di quegli oggetti che voleva intorno al vecchio, libero da qualsiasi definizione, portato dal vento come fosse la musica su cui ballare.
Quella sera non dormii. Scesi a piccoli passi fin nel salotto. Il respiro di mia madre e di mio padre arrivava regolare dal piano di sopra. Io salii sullo sgabello del vecchio pianoforte e per la prima volta schiacciai un tasto. Uno di quelli neri e misteriosi, che non avevo mai compreso. Emise un suono forte e rotondo. Mi parve acqua.

Al secondo incontro stavo rincorrendo le note in giro per il piano. Al centro della piccola terrazza, alcune coppie ballavano abbracciate, le guance sulle spalle, o contro altre guance. Le gonne volavano intorno alle caviglie, sfioravano con malizia gli orli di pantaloni scuri, eleganti. Le punte delle scarpe si evitavano appena, rimandando il piacere del contatto. C’erano mani intrecciate, fronti sulle fronti.
E poi c’erano le mia dita, vuote di tutto e piene di sogni. Si muovevano complici dei miei occhi e del mio cuore, la memoria dava il ritmo e batteva il tempo. Adesso sapevo a cosa serviva ognuno di quei tasti neri, non c’era più la paura di toccarli. Seguivo lo spartito come la ricetta di un incanto, ne guardavo gli effetti nei volti distesi. Ogni mio tasto rubava un momento al mondo e lo regalava a quei ballerini. Un furto che sono sicuro prima o poi avrei scontato, ma in fondo, che gesto che era!
Alcuni solitari stavano con le braccia lungo il parapetto di legno, guardavano me senza vedermi o più semplicemente ammiravano il panorama. Il sole era calato sul mare e ora la luna scivolava bianca sulle onde.
E lo vidi.
Era tra di loro, con i vecchi stivali allentati, un breve ristoro per quei piedi stanchi, il bastone appoggiato sulla spalla. Ignorava la musica e guardava me. Non lo faceva per superiorità, era un regalo. Era come se ballasse con me, come se mi restituisse un po’ di quel tempo che rubavo e non tenevo. Ero qualcosa per qualcuno.
Ricordai di quando ero bambino, sentii di nuovo il freddo del vetro contro il mio naso, desiderai di poterci alitare sopra e poi scrivere il mio nome.
Sbirciai il cielo, il vento si era alzato e ora mi arricciava lo spartito, in cielo le nuvole erano lunghissimi filamenti leggeri, eterei, che correvano verso l’orizzonte, gonfiandosi di sé come onde che stessero per infrangersi. Lontano verso il confine della mia vista si mescolavano tra loro in un tappeto immenso. Lui seguì il mio sguardo e sorrise e fece un cenno con la mano, come a invitarle con noi.
Continuai a suonare mentre le nuvole si affollavano sopra di me, e continuai anche quando le gocce di pioggia, tutte grosse e rotonde come quella mia lontana prima nota presero a cadere sulla pista.
Tanti ballerini mi guardarono, rattristati di dover lasciare le danze. Io continuai a suonare. Alcuni allargarono le braccia coi visi al firmamento, si lasciarono bagnare.
Salii di tono.
Mossero i piedi.
Scivolai via dallo spartito, improvvisai, cambiai genere.
Mossero i polsi, le mani.
Guardai il vecchio.
Era in piedi e si sosteneva al bastone, fissava le nuvole, sorrideva come un bambino, come un nonno, come una fanciulla.
Chiusi gli occhi, il rumore della pioggia mi accompagnò. Suonai per non so quanto tempo.
Quando riaprii gli occhi il vecchio era scomparso; di fronte al piano una ragazza mi guardava ferma nel vento con i capelli che ondeggiavano nell’aria. Era così bella che pensai fosse uscita dalla musica.

Non lo rividi al mio matrimonio. Mi aspettavo che arrivasse, guardai più volte il cielo terso di quella mattinata d’aprile. Non c’era ombra di nuvole. Nessuna tramontana, nessuno zefiro. Avrei voluto vederlo tra gli invitati.

Tante cose accaddero da allora. Infine persi me stesso. La musica. Lei.
Mi fu chiesto di andarmene, di ricominciare altrove. Qualcosa di diverso.

Tenevo il biglietto stretto tra le mani, seduto sulla ringhiera di ferro che correva lungo la strada che costeggiava il mare. Il vento alzava la sabbia dalla spiaggia, me la portava alle labbra e nei capelli. La sentivo grattare tra la pelle e la maglietta.
Leggevo e rileggevo i numeri del mio futuro: l'orario della partenza, il numero di carrozza, quello del posto. Quando alzai gli occhi il cielo era cambiato, alcune nuvole bianche passeggiavano di fronte al sole, alte come torri, piene di sbuffi e rotondità. Un vento leggero le esortava a proseguire.
Guardai in basso, e sulla spiaggia, vicino al mare, vidi il vecchio.

Mi avvicinai a lui, il biglietto tra le mani.
Lui sospirò verso il mare, che si agitò.

Mi indicò il cielo.

Le alte nuvole bianche si spostarono, il sole si fece largo tra le sue spasimanti e bagnò la spiaggia e me. Sorrisi come non sorridevo da diversi anni, di quella meraviglia che ti sale su dallo stomaco, e sembra ribollire fino al petto e ti fa stringere i denti e i pugni.
Il vecchio si allontanava camminando sulla riva, le onde gli lambivano gli stivali. Le nuvole lo seguivano placide, il bastone non lasciava segni sulla sabbia.
Fischiettava la risposta che avevo cercato per tanto tempo.

Ritrovai la musica.
Strappai il biglietto.
Me ne sarebbe servito uno diverso.

Non l’ho più rivisto da allora, e adesso anche io ho un bastone.
La prossima volta, mi piacerebbe andare via con lui.
postato da: Sildegard alle ore 20:41 | link | commenti (1) | commenti (1)
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martedì, 02 settembre 2008

Non fanno più la Costanza

Quando maneggio un carrello divento la parodia di un motociclista. Mi piego sulle curve, sterzo con i polsi, giro sui talloni, sfido i passaggi più stretti alla ricerca di collisioni mancate per un soffio. Certe vecchiette mi guardano con pietà, pensano che ormai dovrei aver superato l’età per certe cose. In compenso sono l’idolo dei bambini, glielo leggo negli occhi che vorrebbero lasciare le mani dei genitori e correre con me.
Me ne sto nello scomparto salse a guardare la data di scadenza di un barattolo di Buoni Propositi sott’olio. Vanno molto nel periodo di capodanno, li usano per i cocktail: togli il Buon Proposito dallo stecchino, mangi e poi bevi.
Mi chiedo quanti barattoli me ne servirebbero. Probabilmente troppi, e non arriverei in fondo neanche al primo.
La mia amica se ne sta a sfidare il suo riflesso sulle ante di vetro del reparto surgelati, sventola una mano per chiamarmi:
“Guarda! Hanno delle Cotte Estive!”
Mi avvicino con ancora il barattolo in mano a scrollo le spalle:
“Lascia stare quella roba” le dico “Non si conserva neanche in frigo, devi finir tutto appena apri la scatola...”
“Chi ti dice che io non possa consumare tutto subito?”
Mando gli occhi al cielo:
“Ma certo, come no...”
“Va bene, lasciamo stare. Ma tu sei prevenuto.”
“Dico solo che non fa per me... non mi piacciono neanche tanto...”
“Perché non ne hai mai avute. E’ più facile dire che non ti piacciono.”
 Penso di averle lanciato uno sguardo torvo.
“Grazie.”
“Prevenuto.”
“Gentile.”
“Prevenuto.”
Spingo via il carrello, rimetto a posto i Buoni Propositi e tiro fuori di tasca la mia lista, accuratamente scritta su un foglio di scottex, in fretta e furia prima di uscire di casa.
“Di che hai bisogno?” mi chiede.
La guardo da sopra gli occhiali, arriccio le labbra:
“Avrei bisogno di un paio di litri di Costanza, due etti di Sonno in polvere, e se c’è di marca buona un po’ di Buon Senso.”
“Guarda nel reparto multietnico” fa lei “Se c’è quello importato dall’India...”
“Costerà caro.”
Mi sbircia la lista e mette il dito sulla riga della Costanza:
“Questa non la vendono più sai.”
“Come no?”
“Eh no, pura no... ora sono tutti composti: Tenacia, Testardaggine...”
Scuoto la testa e esco dal reparto, guardo i cartelli appesi per orientarmi e infilo tra i prodotti d’importazione, mi piacciono quelle scatole colorate piene di fotografie di roba che non ho mai visto, tranne che nei film.
Il Buon Senso dall’India sta in bustine da sciogliere in acqua, o nel latte. Un cartellino giallo ritagliato a stella avverte che ci sono offerte dal Giappone: ogni confezione da 3 vasetti di Onore puoi prenderne in regalo uno di Perversione. Da quel che vedo i barattoli di Perversione sono stati venduti anche senza che la gente si accollasse quelli di Onore, il ripiano è quasi vuoto. Ci sono flaconi grandi di Pazienza dall’oriente e tanto altro. Mi concedo il lusso di perdere tempo, sbircio tra le scatole solleticato dall’idea di sprecare una piccola parte dei miei pochi soldi in qualcosa di inutile ma nuovo.
Il suo mento mi si posa sulla spalla, da sotto il mio braccio il suo si alza e indica insistentemente il Buon Senso indiano.
“L’ho visto, l’ho visto... grazie.”
Sospira e si stacca da me, dondola su un piede, rimugina qualcosa:
“Stavo pensando...”
“...si...” sono ancora distratto da liste di ingredienti scritte in piccolo e dare di scadenza.
“Potrei comprarmi qualche pillola di Speranza in farmacia. Ora la danno senza ricetta e magari...”
La guardo male, mi mordo la lingua per non rispondere, spero che lo sguardo basti:
“Ma dai!” mi fa lei “E’ che magari così... e poi... al reparto profumeria hanno il Fascino nuovo.”
“Senti, smettila.”
Diventa rossa, mi sbircia senza guardarmi, respira profondamente un paio di volte:
“Se uso certe cose solo per rimettermi in sesto non è che poi dopo...”
Rimetto a posto il barattolo curandomi che faccia rumore sullo scaffale:
“Io non capisco perché vuoi vedermi arrabbiato per forza. Quella roba ti abbatte, poi pensi davvero di averne bisogno. Di fascino sei piena, le speranze le hai, è solo che non le vedi.”
Abbassa lo sguardo.
“Ma che mi fai dire, le sai queste cose... che palle...”
Spingo via il carrello e riguardo la mia lista, a questo punto non ho più voglia di restare in quel posto, mi sbrigo a riempire il mio lato del carrello. Trovo tutto tranne la Costanza, aveva ragione lei, ma a me di riempirmi di un surrogato con un sacco di effetti collaterali non va proprio. Cercherò qualche bottega artigianale, e vedremo.
Lei non si fa più viva, non mi segue, cerco di non preoccuparmene, spero tra me e me che non sia ancora impalata al reparto profumeria.
Mi metto in coda a disporre tutto sul rullo, la vedo saltellare con le braccia piene di scatole e barattoli, ne tiene uno sotto il mento e quando mi vede ride rischiando di perdere la presa. Si avvicina e si piazza accanto a me, le prendo la sua roba come se giocassi a Shanghai, senza far cadere niente, aggiungo sopra il nastro. Sistemato l’ultimo vasetto sorride e mi tira una testata sulla spalla, ondeggio e la guardo, lei ha un sorriso a trentadue denti e gli occhi le brillano. Fa per dire qualcosa ma poi si ferma, allunga una mano e afferra qualcosa sulla grata alle mie spalle, di fianco alla cassa.
“Questi li prendo per te.”
E’ una scatolina di cartone equivoca, su un etereo sfondo azzurro un uomo se ne sta con le braccia conserte e lo sguardo puntato in alto.
“Non fare la scema... metti via...”
La cassiera ci lancia un’occhiata, ma mantiene il suo contegno professionale.
“No, no, tanto da soli ti vergogni a comprarli, te li prendo io, spesa mia, conto mio...”
Con un lamento le prendo la scatola e la guardo prima di metterla insieme al resto della roba, c’è scritto sopra: “18 pezzi d’Orgoglio - istruzioni all’interno”.
“Mi vergogno, dai... e poi non ne ho bisogno davvero, figurati quando li uso...”
“Non rompere. Il primo lo prendi stasera.” mi sorride ancora “Dai, ci rimettiamo a posto insieme.”
Tiro fuori i soldi e incrocio lo sguardo della cassiera, mi accorgo che sorride guardando lei, avrà quarant’anni, ma dalla luce che ha negli occhi non gliene darei più di venti. Si somigliano un po’.
Lei fa il giro della cassa e mi aiuta a imbustare, aspetto il resto, prima di andare via la cassiera ci regala un bel sorriso, lei risponde sfrontata, io più timido abbozzo un inchino.
“Mi porti sul carrello?”
“Sei grandicella...”
“Mi porti sul carrello?”
Abbraccia i due sacchi della spesa facendomi capire che è disposta a tenerli in collo.
“Guarda che qui fuori è tutto in discesa, la macchina è dall’altra parte della...”
“Mi porti sul carrello.”
“A bordo!”
Ridiamo, sbando sulle curve, lei sembra su una giostra.
Mi accorgo appena fuori dal supermercato di aver parcheggiato troppo vicino.
postato da: Sildegard alle ore 21:38 | link | commenti (4) | commenti (4)
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venerdì, 29 agosto 2008

Spettacoli di Ombre

Mi svegliavo spesso sentendomi a disagio.
Dormivo scomodo su quella pietra piatta, o per terra, abituato all'umidità e alla polvere. Non ci facevo più caso, ma in effetti, a dirla tutta, ci si stancava molto a dormire. Avevo questo mio amico, non avevamo dei nomi, non li ricordavamo. Forse non ce li avevano mai dati. Io lo chiamavo Alto, perché tale era, più degli altri, più di me. Bastava per capirci. Lui mi chiamava Sveglio, perché non mi aveva mai visto dormire. Io mi assopivo più tardi di lui e mi destavo prima.
Una volta abbiamo parlato di volare. Secondo me era possibile, secondo lui no. Troppo diversi da tutto quello che vola, diceva. Io gli chiedevo se davvero lui conoscesse tutto quello che volava, e lui rimaneva pensieroso.

Adesso che Alto non c'è più mi chiedo se non sarei dovuto andare con lui. Magari ora lui sta bene, dorme sereno. Siamo tutti dentro una caverna. Siamo tanti, non so quanti. Dietro di noi qualcuno o qualcosa ci proietta delle ombre e ci spaccia tutto come verità. La cosa triste è che pensano davvero che noi lo crediamo. Sono convinti che per noi sia tutto vero, che non abbiamo dubbi o che non ci facciamo domande.
Lo sappiamo tutti qui, alcuni tra i più vecchi magari si sono abituati a pensare, per fede, che quello che vediamo qui non sia così diverso da quel che accade dietro di noi, ma è solo per consolarsi.
Se restiamo qui è perché è necessario.
Per farli stare tranquilli.
Gli dei hanno bisogno di stare tranquilli, di sapere che noi ci crogioliamo in dubbi e domande, ma che in un modo o nell'altro rimaniamo qui, tra terra e cielo a respirare e mangiare e parlare. Ci fanno vedere sempre le stesse ombre. Non hanno fantasia. Usano il sole, il fuoco, la luna di notte. Spettacoli di forme che si muovono, di oggetti che si inseguono. Mentre noi guardiamo le nostre stesse mani e le schiene di chi ci siede di fronte. E ne vediamo la diversità, e da ogni elemento ne ricaviamo molti altri.
Ci cresce la barba, le unghie... sentiamo il nostro odore. Le ombre sul muro non hanno odore.
Questa caverna stessa ha un odore.
Gli dei sono stupidi se pensano che noi non sappiamo. E sono stupidi se pensano di essere i soli. Noi forse siamo l'ultima ruota di questo carrozzone, ma loro potrebbero non essere la prima. Sono tenuti sotto scacco non con le catene ma con l'illusione del comando. Condannati a regnare su di noi come noi a sopportare le catene.
Ma la mente è libera, e io di notte sogno quello che voglio.
Spesso faccio solo finta di guardare le ombre sul fondo, penso e immagino di essere altrove.
Seduta davanti a me c'è una persona dalla schiena liscia, ha sul petto cose che io non ho e tra le gambe io ho cose che lei non ha. So che dovrei stare con lei, so che non è come me e che per questo dovrebbe essermi seduta accanto. Ho visto uno spettatore morire, una volta. E' stato impressionante, perché è stato vero. Dopo che mi ero addormentato non c'era più, e uno più giovane stava al suo posto. Ma la sua morte era stata vera, lenta e sacra.
Mi manca Alto, le chiacchierate.
Lui è quello che è fuggito. E' famoso. Ha trovato un modo per sfilare le catene, ha strisciato lungo la fila e poi è corso via, sparendo tra le ombre verso, diceva lui, una luce lontana.
So che sta bene, so che adesso sa e che ha trovato le sue risposte, si è trovato domande nuove, domande per cui secondo lui vale la pena di vivere.
Prima di andare via mi ha invitato. Vieni, diceva, vieni anche tu fuori. Sfidiamoli, guardiamo.
Io sorridevo e gli dicevo vai, gli dicevo, vai pure tu avanti.
Non ci rivedremo, insisteva lui.
Ma certo. Rispondevo. Non è possibile che non ci si riveda, ci si rivede sempre. Ma adesso tu vai.
Mi chiese allora perché non andavo, cosa mi teneva lì.
Non c'è niente che mi tenga qui. Niente. Ma non c'è niente che mi chiami fuori. Alle sue domande la risposta era uscire, alle mie no. Ho solo bisogno del mio percorso. Glielo dissi, e lui, mi parve, capì.
Ma mi disse anche che secondo lui sbagliavo, perché da lì non partiva nessun percorso, e tanto valeva fare qualcosa, anche se non c'entrava niente... pur di arrivare da qualche altra parte e vedere che succedeva.
A pensarci adesso, forse aveva ragione.
Ma ho tempi lenti.
Spero che stia bene.
Respiro a fondo e aspetto gli aliti di vento. Guardo le ombre, sogno un po'.
E adesso so come mai uscirò di qui.
Uscirò di qui perché Alto è li fuori, e io, l'unica cosa a cui non posso rinunciare, è una persona con cui scambiare qualche parola.
postato da: Sildegard alle ore 13:10 | link | commenti (3) | commenti (3)
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