Tenevo il biglietto stretto tra le mani, seduto sulla ringhiera di ferro che correva lungo la strada che costeggiava il mare. Il vento alzava la sabbia dalla spiaggia, me la portava alle labbra e nei capelli. La sentivo grattare tra la pelle e la maglietta.
Leggevo e rileggevo i numeri del mio futuro: l''orario della partenza, il numero di carrozza, quello del posto. Quando alzai gli occhi il cielo era cambiato, alcune nuvole bianche passeggiavano di fronte al sole, alte come torri, piene di sbuffi e rotondità. Un vento leggero le esortava a proseguire.
Guardai in basso, e sulla spiaggia, vicino al mare, vidi il vecchio.
Ricordava nel sorriso e nei modi lenti il pescatore di De André. Gli occhi si fissavano lungamente nel vuoto, o su piccoli particolari, quasi potessero cogliere quei movimenti che a tutti sfuggono, come la crescita dei bambini, dei fiori, l'imbrunire o il frullar d'ali. Le rughe della fronte trattenevano ricordi che altrimenti si sarebbero dissipati nei giorni. Il viso aveva qualcosa di fanciullesco e di antico, come certi dei del passato, come gli spiriti delle foreste; come il Buddha del Siddharta racchiudeva in sé forme e contenuti. La sua vista mi richiamava alla mente memorie che si andavano a cesellare tra le ombre del suo volto, e completavano l'immagine di quello che per me era un vecchio, ma che sapevo bene potesse essere un bambino, una donna, un pesce o magari un albero. Aveva capelli tessuti dai ragni, sottili e bianchi e brillanti. Erano fianchi di montagne, erano stati sfilati dalla cima spumosa delle onde.
Quel che mi colpì più di tutto fu il modo in cui teneva quel vecchio bastone. Lo stringeva con una mano che sembrava di cuoio, vecchia e temprata, ma non ossuta. La presa poi era come quella di una madre sul suo piccolo: gentile, accennata, eppure niente avrebbe potuto forzarla.
E sorrideva, ogni tanto, non rideva di me, non rideva di quel che facevo, sorrideva piuttosto come se i miei gesti sollevassero in lui antichi ricordi. Sorrideva tra sé. E ascoltava.
La prima volta che lo vidi fu il giorno del temporale, il giorno in cui l’albero cadde sul casotto del giardino. Era il tramonto e le nuvole vorticavano in cielo cambiando continuamente di forma. Il vento girava e tornava sfiorando le case e percuotendo i tetti. Conteneva le nuvole in un grande cerchio sopra la campagna.
Da dietro il doppio vetro della stanza di sopra guardavo l’erba ondeggiare come fosse l’oceano, i fiori perdere i petali, e fogli, vestiti, attrezzi, volare liberi dalla loro definizione. Sapevo, speravo, che tutti fossero al sicuro nelle loro case. La bambina che mi piaceva, nella casa di fronte, speravo fosse nel suo letto o a rilassarsi in un bagnetto caldo.
Desideravo veder volteggiare una macchina, come nei film, ma non lo dicevo ad alta voce perché mi avrebbero rimproverato.
Poi vidi il vecchio, che guardava me. Era in mezzo al prato, si teneva un cappello sulla testa con la mano. La tesa volteggiava, ma lui restava con quegli occhi dolci e sottili su di me. Seppi in quel momento che tutto andava bene.
Lui mi salutò con la mano, la alzò senza agitarla, la riabbassò subito.
Lo vidi camminare lungo il prato infilzando la punta del bastone a terra ogni volta. Fece un gesto ampio, come a scacciare un insetto lento e pesante e il vento si calmò un po’.
Io sorrisi e schiacciai la fronte e il naso contro il vetro, sentivo ribollire la gioia in fondo al cuore, l’entusiasmo saliva lungo il petto e mi faceva stringere forte i denti e i piccoli pugni.
Guardai nella tempesta e invidiai ogni foglia. Ognuno di quegli oggetti che voleva intorno al vecchio, libero da qualsiasi definizione, portato dal vento come fosse la musica su cui ballare.
Quella sera non dormii. Scesi a piccoli passi fin nel salotto. Il respiro di mia madre e di mio padre arrivava regolare dal piano di sopra. Io salii sullo sgabello del vecchio pianoforte e per la prima volta schiacciai un tasto. Uno di quelli neri e misteriosi, che non avevo mai compreso. Emise un suono forte e rotondo. Mi parve acqua.
Al secondo incontro stavo rincorrendo le note in giro per il piano. Al centro della piccola terrazza, alcune coppie ballavano abbracciate, le guance sulle spalle, o contro altre guance. Le gonne volavano intorno alle caviglie, sfioravano con malizia gli orli di pantaloni scuri, eleganti. Le punte delle scarpe si evitavano appena, rimandando il piacere del contatto. C’erano mani intrecciate, fronti sulle fronti.
E poi c’erano le mia dita, vuote di tutto e piene di sogni. Si muovevano complici dei miei occhi e del mio cuore, la memoria dava il ritmo e batteva il tempo. Adesso sapevo a cosa serviva ognuno di quei tasti neri, non c’era più la paura di toccarli. Seguivo lo spartito come la ricetta di un incanto, ne guardavo gli effetti nei volti distesi. Ogni mio tasto rubava un momento al mondo e lo regalava a quei ballerini. Un furto che sono sicuro prima o poi avrei scontato, ma in fondo, che gesto che era!
Alcuni solitari stavano con le braccia lungo il parapetto di legno, guardavano me senza vedermi o più semplicemente ammiravano il panorama. Il sole era calato sul mare e ora la luna scivolava bianca sulle onde.
E lo vidi.
Era tra di loro, con i vecchi stivali allentati, un breve ristoro per quei piedi stanchi, il bastone appoggiato sulla spalla. Ignorava la musica e guardava me. Non lo faceva per superiorità, era un regalo. Era come se ballasse con me, come se mi restituisse un po’ di quel tempo che rubavo e non tenevo. Ero qualcosa per qualcuno.
Ricordai di quando ero bambino, sentii di nuovo il freddo del vetro contro il mio naso, desiderai di poterci alitare sopra e poi scrivere il mio nome.
Sbirciai il cielo, il vento si era alzato e ora mi arricciava lo spartito, in cielo le nuvole erano lunghissimi filamenti leggeri, eterei, che correvano verso l’orizzonte, gonfiandosi di sé come onde che stessero per infrangersi. Lontano verso il confine della mia vista si mescolavano tra loro in un tappeto immenso. Lui seguì il mio sguardo e sorrise e fece un cenno con la mano, come a invitarle con noi.
Continuai a suonare mentre le nuvole si affollavano sopra di me, e continuai anche quando le gocce di pioggia, tutte grosse e rotonde come quella mia lontana prima nota presero a cadere sulla pista.
Tanti ballerini mi guardarono, rattristati di dover lasciare le danze. Io continuai a suonare. Alcuni allargarono le braccia coi visi al firmamento, si lasciarono bagnare.
Salii di tono.
Mossero i piedi.
Scivolai via dallo spartito, improvvisai, cambiai genere.
Mossero i polsi, le mani.
Guardai il vecchio.
Era in piedi e si sosteneva al bastone, fissava le nuvole, sorrideva come un bambino, come un nonno, come una fanciulla.
Chiusi gli occhi, il rumore della pioggia mi accompagnò. Suonai per non so quanto tempo.
Quando riaprii gli occhi il vecchio era scomparso; di fronte al piano una ragazza mi guardava ferma nel vento con i capelli che ondeggiavano nell’aria. Era così bella che pensai fosse uscita dalla musica.
Non lo rividi al mio matrimonio. Mi aspettavo che arrivasse, guardai più volte il cielo terso di quella mattinata d’aprile. Non c’era ombra di nuvole. Nessuna tramontana, nessuno zefiro. Avrei voluto vederlo tra gli invitati.
Tante cose accaddero da allora. Infine persi me stesso. La musica. Lei.
Mi fu chiesto di andarmene, di ricominciare altrove. Qualcosa di diverso.
Tenevo il biglietto stretto tra le mani, seduto sulla ringhiera di ferro che correva lungo la strada che costeggiava il mare. Il vento alzava la sabbia dalla spiaggia, me la portava alle labbra e nei capelli. La sentivo grattare tra la pelle e la maglietta.
Leggevo e rileggevo i numeri del mio futuro: l'orario della partenza, il numero di carrozza, quello del posto. Quando alzai gli occhi il cielo era cambiato, alcune nuvole bianche passeggiavano di fronte al sole, alte come torri, piene di sbuffi e rotondità. Un vento leggero le esortava a proseguire.
Guardai in basso, e sulla spiaggia, vicino al mare, vidi il vecchio.
Mi avvicinai a lui, il biglietto tra le mani.
Lui sospirò verso il mare, che si agitò.
Mi indicò il cielo.
Le alte nuvole bianche si spostarono, il sole si fece largo tra le sue spasimanti e bagnò la spiaggia e me. Sorrisi come non sorridevo da diversi anni, di quella meraviglia che ti sale su dallo stomaco, e sembra ribollire fino al petto e ti fa stringere i denti e i pugni.
Il vecchio si allontanava camminando sulla riva, le onde gli lambivano gli stivali. Le nuvole lo seguivano placide, il bastone non lasciava segni sulla sabbia.
Fischiettava la risposta che avevo cercato per tanto tempo.
Ritrovai la musica.
Strappai il biglietto.
Me ne sarebbe servito uno diverso.
Non l’ho più rivisto da allora, e adesso anche io ho un bastone.
La prossima volta, mi piacerebbe andare via con lui.